Dall’Istat una nuova ricerca sull’invecchiamento attivo

Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è ormai un processo inevitabile in quasi tutti i paesi a sviluppo avanzato. È necessario un cambiamento culturale che porti a politiche mirate per governarlo, con l’obiettivo di renderlo una risorsa per la società.

In Europa, per far fronte ai cambiamenti demografici in atto ed evitare il collasso dei sistemi di welfare, uno dei risultati più rilevanti a partire dal 2012 è stato lo sviluppo di una misura dell’invecchiamento attivo, Active ageing index  (Aai), quale strumento di valutazione comune e condiviso.

Per il nostro Paese è stato fondamentale il contributo dell’Istat, non solo per la sua attiva partecipazione al gruppo di esperti sull’Aai promosso da Unece e dalla Commissione europea, ma anche perché si è fatto promotore del calcolo dell’indice di invecchiamento attivo a livello nazionale e subnazionale, mantenendo il riferimento teorico e metodologico sviluppato nell’Aai a livello europeo. Un importante lavoro di indagine e di ricerca che è confluito nel volume “Invecchiamento attivo e condizioni di vita degli anziani in Italia”.

Le differenze tra Nord e Sud Europa

Nel documento pubblicato dall’Istat è evidente, a livello sovranazionale, una divisione netta tra Paesi dell’Europa del Nord e Continentale e Paesi del Sud e dell’Est Europa. I primi raggiungono i punteggi più alti, mentre i paesi mediterranei e dell’Europa orientale presentano risultati dai quali emerge che non sono ancora pronti ad affrontare adeguatamente il crescente invecchiamento della popolazione. L’Italia nel decennio compreso tra il 2008 e il 2018, dopo un iniziale miglioramento conseguito nel 2012, peggiora e scende di posizione nella graduatoria. 

Come si legge nel rapporto “nei Paesi del Nord Europa, in particolare quelli scandinavi, prevale un modello più universalistico, in cui le prestazioni contro la disoccupazione e le politiche attive sul mercato del lavoro rivestono un ruolo essenziale al fine di ridurre i fenomeni di povertà ed emarginazione sociale: ciò si riflette in alti tassi di occupazione per tutte le classi di età, comprese quelle mature, per entrambi i generi. L’altro tratto distintivo è una maggiore quota della spesa sociale destinata alla fornitura di beni e servizi forniti ai cittadini.

Nei paesi dell’Europa Meridionale, tra i quali è inserita a pieno titolo l’Italia, prevale un modello di welfare mediterraneo di tipo “familista”, dove la famiglia è la principale fornitrice di cura e assistenza ai propri componenti e lo Stato assume un ruolo marginale e residuale”. E in Italia, infatti, è ancora la famiglia a farsi carico dei bisogni di assistenza, come emerge dai risultati dell’indice di invecchiamento attivo, al contrario dei Paesi del Nord Europa. 

Un nuovo ruolo per gli anziani

Nel nostro Paese i dati mettono in evidenza un profondo mutamento nella piramide demografica, con molte più persone mature e anziane che giovani.  “Questo rimodellamento della società – si legge ancora nel documento –  per essere affrontato richiede una nuova governance multilivello che riconsideri completamente il ruolo delle persone anziane e il contributo che queste possono offrire alla crescita e al benessere sociale”. 

Nello studio pubblicato dall’Istat sono stati utilizzati 22 indicatori, in grado di monitorare i risultati nei diversi ambiti, utili soprattutto ai policy maker per la valutazione e l’adozione di politiche adeguate di sostegno all’invecchiamento attivo. Tale indice è stato declinato per genere e regione, abbracciando un periodo che va dal 2007 al 2018. Il volume offre, oltre ai dati, una serie di approfondimenti tematici e analisi su diversi indicatori.